sabato 22 dicembre 2007

PRINCIPI FANTASMI E SAVARIN
Per incontrare un principe vero - l'unico da queste parti - bisogna recarsi a Soragna.

Eccoci dunque sulla strada che, in un niente, porta da Madonna dei Prati a Sanboseto, Diolo e poi a Soragna.

Se non per via del principe, bisognerebbe farla questa strada solo per aver l'occasione di fermarsi a Diolo di Soragna dove l'Antica Osteria dell'Ardenga propone tutti i piatti della tradizione parmense e salumi, a partire dal Culatello e, se siete fortunati, spalla cruda, di propria produzione, anche i vini sono scelti con cura, non solo la localissima e rossa "Fortana" o il "nostranino bianco", ma malvasie di Casatico e sauvignon dei Vigneti Calzetti di San Vitale di Baganza fanno da accompagnamento, insieme al gutturnio e alla bonarda piacentini, a tortelli grondanti di burro e parmigiano, alla punta di petto (che qui chiamano picaja) e alla torta con la marmellata di prugne, quella fatta in casa.

A Soragna, dunque... Diofebo VI Negrone Meli Lupi, principe del Sacro Romano Impero, è un signore di media età dal fisico asciutto che, adattandosi ai tempi, si occupa di produrre parmigiano-reggiano e accompagnare gli ospiti, paganti, a visitare la sua Rocca insieme a Donna Cenerina, il fantasma di casa.

Leggenda narra trattarsi di Cassandra Ravignoni, moglie di Diofebo II Meli Lupi, uccisa dal marito della di lei sorella, conte Guido Anguissola, che, con il pretesto di volersi riconciliare con la moglie, Lucrezia, dalla quale viveva separato, era riuscito a combinare un incontro.

Quel giorno invece - era il pomeriggio del 18 giugno 1573- il conte invase la casa ove Lucrezia si trovava con la sorella Cassandra, e uccise entrambe a pugnalate.

Sta di fatto che da questo delitto rimasto, nonostante la volontà del Marchese di Soragna, impunito sorse la leggenda di Donna Cenerina, grigio e impalpabile fantasma che si aggira inconsolato nelle sale della Rocca e si fa sentire dai suoi proprietari quando è imminente una disgrazia o un lutto familiare.

Nella Rocca di Soragna tutte le stanze sono magnificamente affrescate: Giovanni Moffa firma la "Galleria dei poeti"; Francesco e Fernando Bibiena dipingono le gallerie del primo piano nonché la "Sala degli stucchi"; al Parmigianino vengono attribuiti genietti e putti in affreschi di recente scoperta e un delizioso "Amore che scocca l'arco"; c'è pure la sala del trono in oro zecchino, un giardino con un antico e non rinnovato percorso misterico con laghetto incorporato.

Appena fuori le mura della Rocca, salutato il principe, li, di fianco alla Chiesa parrocchiale intitolata a San Giacomo e di stile barocco, ecco la Sinagoga.

Edificio del 1855 con annesso Museo ebraico (visitabile), raccoglie i reperti delle antiche comunità di Busseto, Fiorenzuola e Cortemaggiore. Una porta del piano superiore, all'ingresso della Sinagoga, conserva i segni della cera lacca opposta nel 1939 in ottemperanza alle leggi razziali dell'anno prima e che imponevano il sequestro dei beni degli ebrei.

A Soragna si mangia bene! Alla trattoria "Al Voltone", proprio di fronte all'ingresso della Rocca in via Della Repubblica al 20, gli anolini e il culatello sono ottimi, eppoi... eppoi la "locanda Stella d'Oro" in via Mazzini al 20 - dove si può anche pernottare - il menu è parecchio invitante, il servizio attento e "familiare" - soprattutto non ingombrante - la cucina innovativa, ma non creativa a tutti i costi. Notevole la lista dei vini, grandi classici e una bella selezione di vini meno conosciuti.. Tra gli antipasti, imperdibile un delicato e sfizioso caprino giovane in crosta di pancetta con cipolle di tropea, oppure i fiori di zucca ripieni, oppure ancora la ricottina calda con noce moscata su porcini. Tra i primi, il "savarin di riso" ricorda colori e sapori dell'indimenticabile Peppino Cantarelli - teneva bottega qui vicino, a Samboseto - eppoi le crespelle ripiene di ricotta in letto di salsa di zucca con cubetti di cotechino, il risotto mantecato con gamberi di fiume e rane. Tra i secondi, entusiasmanti le bracioline di maiale da latte con funghi porcini e la "mariola"(imperdibile!) su letto di pomodori verdi.

Come dessert da non perdere l'intrigante il gelato alla Fortana e una classica gustosissima, ma ben più calorica, mousse di cioccolato fondente con noci e crema di vaniglia.

La "Stella d'Oro" ha recentemente ottenuto una "stella" dalla guida Michelin, secondo voi perché?

Molto d'altro, e d'oltre, avrei da dire su questo paesino della "bassa" parmense che mi ha visto nascere e vivere l'infanzia nei ricordi più lieti... ma i ricordi s'accavallano, reclamando precedenze...

mercoledì 19 dicembre 2007

Sapori e saperi: Ferrara
Certamente bisognerebbe munirsi, nell'arrivare in città, dei Taccuini dove D'Annunzio riassunse i ricordi e le sensazioni vissute nel viaggio che lo vide protagonista nel novembre 1898... e con lui rivisitare la storia della città, per poi perdersi dilatando con lo sguardo dal palazzo Schifanoia al palazzo dei Diamanti, dalla casa dell'Ariosto alla piccola chiesa di Santa Maria della Consolazione, soffermandosi in particolare sull' "arco de la porta minore (destra)" della Cattedrale... dove si può incontrare "la testa di Madonna Ferrara"; poco distante, al Castello, la memoria di quel Niccolò III del quale, grazie agli umori contenuti nei tortelli di zucca e nella salama da sugo, ancor di lui si dice: "di qua e di là dal Po, tutti figli di Niccolò"...Eppoi, sempre seguendo il divino poeta, ci si può immergere in un itinerario tutto al femminile; ecco la casa di Marfisa, la celebre nobildonna estense che, secondo la leggenda, "faceva innamorare e morire", precipitando gli amanti in pozzi irti di rasoi; ecco la tomba della "signora di Ferrara" Lucrezia Borgia; ed ecco affacciarsi il tragico fantasma della Parisina, protagonista della vicenda di amore e morte che appassionò poeti e scrittori.

E allora, all'ombra del Castello, bisognerebbe leggere, ad alta voce, l'ode “Alla città di Ferrara” di Carducci, dove, ancora, viene rievocata storia e preistoria, non mancando cenni di color locale nei riferimenti ai personaggi più rappresentativi, da "Leonora, matura vergine senz'amore" a, di nuovo, "Parisina ardente del sangue natal di Francesca, / che del vago Tristano legge gli amori e l'armi".... a far da controcanto alla "O deserta bellezza di Ferrara, / ti loderò come si loda il volto / di colei che sul nostro cuor s'inclina / per aver pace di sue felicità lontane" di dannunziana memoria.

E come dimenticare, entrando, li nell'angolo della piazza dove una volta si serravano le porte, nel "Ghetto", come non ripercorrere con la memoria gli otto secoli di presenza ebraica in città?

Qui, tra le mura umide e scalcinate, par di rivederli quelli dal berretto rosso e le basette arrotolate; prima un minuscolo insediamento presso l'attuale corso Giudecca, poi, dal Quattrocento, nel cuore della città medioevale, nel triangolo tra via Sabbioni (oggi via Mazzini), via San Romano, via Gattamarcia (oggi via Vittoria).

E' storia comune di queste incredibili e disperate signorie padane. Grazie alla loro benevolenza. ma soprattutto grazie allo spasmodico bisogno di denaro per i loro vizi o le loro guerre, anche nella Ferrara degli Estensi, confluirono nei secoli, con una certa libertà, le correnti migratorie ebraiche che influirono notevolmente non solo nell'espansione dei mestieri "liberali" e nella cultura ma anche nella gastronomia.

Poi, come da nota e infame tradizione cattolica romana e papista, anche per gli ebrei ferraresi arrivò (1624) la costrizione del "Ghetto".

Cinque portoni, chiusi al tramonto e riaperti all'alba, bloccavano il quartiere all'inizio e alla fine dell'odierna via Mazzini e delle adiacenti via Vignatagliata e via Vittoria, fino al 1859, quando furono abbattuti dal nuovo regno dell'Italia unita.

Oggi, strade, stradine, cortili, percorsi tortuosi, interni e passaggi segreti, tra le case cresciute in altezza per una popolazione stipata in minuscoli ambienti, con i balconi come unico sbocco verde, conservano ancora intatta la struttura architettonica e l'atmosfera dell'intensa vita del ghetto, il cui fulcro è l'edificio complesso e interconnesso delle tre sinagoghe di via Mazzini.

Una curiosità: se passate davanti alla cattedrale osservate la colonna che sostiene la statua del duca Borso d'Este, quella colonna è costruita con le pietre tombali dei due cimiteri ebraici abbattute nel 1716...

La Ferrara, in cucina, inizia dal pane. Dal tipico "ferrarese" dove la forma del pane, coppietta o, com'è chiamata dal locali, "ciupeta", è data dall'unione di due panetti con un corpo centrale da cui si distinguono due capi o "curnit" elegantemente ritorniti per finire a punta.

Prosegue con i "cappellacci di zucca alla ferrarese". A differenza di quelli mantovani, che nel ripieno contengono anche amaretti sbriciolati, quelli "ferraresi" trovano la loro perfezione nella pasta sfoglia che va "tirata" sottile, a mano, dalla "sfoglina", così viene chiamata la donna che tira la sfoglia a mano.Oggi la "sfoglina" si può ancora trovare nei ristoranti più tipici, dove fa bella mostra di se la salama da sugo, insaccato tipico, reperibile solamente a Ferrara e provincia, al quale si attribuiscono immensi poteri afrodisiaci.

Ogni "salama" va riempita con fegato, lingua, collo, gola del maiale, il tutto ben tritato, macerato nel vino del Bosco, insaporito con cannella, pepe e chiodi di garofano. La "salama" va stagionata al buio e in luogo fresco per almeno un anno; poi viene cotta a vapore e servita bollente con purea di patate d'inverno e fredda con melone.

Si, a Ferrara, come del resto in tutta l'Emilia, la cucina significa soprattutto maiale: dalla testa alle zampette si mangia tutto. Mortadella, cotechini, zamponi, salami e pancette qui la fan da padrone.

Il maiale, dunque, ma, sedendosi alla tavola di uno dei tanti ristoranti che profumano di buono, il menù ci fa ricordare che la marcata presenza ebraica, ha fatto sì che alcuni piatti siano entrati ormai stabilmente nelle abitudini gastronomiche dei ferraresi; il "prosciutto d'oca", il classico "burrico", un grosso raviolo ripieno di carni di pollo e vitello, "i ciccioli d'oca", la "minestra di farro", così come i dolci di marzapane di pasta al forno oppure fritti, i "ricciolini di Kippur", gli "zuccherini di Pesach", per finire nel "panpepato", dolce tipicamente ferrarese.

Prima mettere le gambe sotto la tavola del ristorante, ricordo che i ferraresi amano aperitivarsi con il loro "vino del Bosco Eliceo", leggermente frizzante e corposo la cui produzione viene consumata quasi totalmente nelle vinerie e nei ristoranti che circondano il Castello.

A dire il vero il turismo di massa ha un poco livellato la qualità dei ristoranti ferraresi; resistono il "Centrale" in via Boccaleone all'8, "Al Brindisi" in via Adelardi all'11 (qui la salama da sugo è ancora la salama da sugo...) e il Ristorante Duchessa Isabella che propone, insieme ai tipici piatti locali, alcune ricette rinascimentali.
Piratello
La storia è intrigante - c'è di mezzo Caterina Sforza - un racconto tramandatoci dalla voce del popolino.... insomma, relata refero: in un gelido giorno di marzo della fine del 400, un uomo pio, pieno di fede, se ne andava pellegrino da Cremona a Loreto, per rendere omaggio alla Madonna. A quei tempi girovagare a piedi con la scusa della Madonna, e prenotarsi il paradiso, era uno dei tanti modi per evadere da un quotidiano fatto di abitudinarie fatiche e piatti vuoti.

Il nostro uomo, di nome faceva Stefano e doveva essere di cervello fino, a tre chilometri da Imola, accusò segni di stanchezza.

Non avendo affari da sbrigare, se non con l'eternità e con la Madonna, gli parve opportuno fermarsi all'inizio di una straduccia, sfociante sulla via Emilia, che s'infilava nel verde verso la collina.

Combinazione delle combinazioni, il nostro uomo notò un pilastro fiancheggiato da un pero, un piccolo pero, che nel dialetto del luogo si pronuncia "piradel" (da cui deriva, ecco risolto il mistero, Piratello).

Nel pilastro, come in tutti i pilastri che si rispettino, c'era una nicchia che custodiva l'immagine della Madonna con il bambino in braccio.

Mangelli. il devotissimo Mangelli, si inginocchiò e cominciò a pregare quando si sentì chiamare per nome: <>

In giro non c'era un anima viva, sai lo spavento <> gridò il poveretto.

Guardandosi meglio intorno, vide - intuizione delle intuizioni- proprio l'immagine della Madonna che, chissà poi perché, sorridendo, gli diceva di andare a Imola e di avvisare le autorità e il popolo che desiderava essere venerata in quel luogo, meglio se protetta da un riparo.

A prova, nel caso qualcuno non gli avesse creduto, la Madonna gli diede un mazzo di rose - e non era stagione - profumate e fresche.

Stefano si levò in piedi e, come quell'altro delle Termopili, corse, zampettando zampettando, verso Imola.

Lì, arrivato con il fiatone e un poco stranito, rovesciò sul tavolo del governatore le rose avute dalla Madonna e raccontò l'accaduto.

Carpe diem, andò pure dal vescovo e ripeté il racconto. A Imola, che non c'avevano ancora l'Autodromo e il manicomio non l'avevano ancora costruito, a quei tempi non succedeva nulla.

La straordinaria notizia fece il giro della città. Si formò il solito girotondo di gente credulona e un poco esaltata, che, insieme ai religiosi, ai magistrati e allo sbalordito pellegrino cremonese, raggiunse il Piratello.

Eravamo nel marzo 1483. Pochi anni dopo, nel 1489 Caterina Sforza, passando per Imola, raggiunse il Piratello per ringraziare la Madonna di uno scampato pericolo (le avevano ammazzato il marito!). Insieme agli anziani di Imola e, si racconta, a qualche intraprendente mastro muratore, indirizzò una supplica a Innocenzo VIII affinché concedesse la facoltà di edificare una chiesa e un convento dove i frati potessero custodire la sacra immagine e celebrarne i riti.

La bolla fu emessa poco dopo. Oggi, la Basilica del Piratello è monumento artistico di notevole valore, senza dubbio da visitare.

Vi si trovano tele della scuola del Guercino e fa pure bella mostra di se l'immagine della Madonna, detta del Piratello...

martedì 18 dicembre 2007



VERDURE
Spero, anche grazie all'insopportabile Pecoraro Scanio, che in Italy aumentino i morigerati e santi mangiatori di pesticidi, pardon, di sola verdura... così noi peccatori carnivori verremo coccolati e gli allevatori smetteranno di forzare la produzione con immonde gonfiature chimiche, servendoci nel piatto, e finalmente, quei bei manzi senza tecnologia, saporito risultato del libero scorribandare nei pascoli bradi ... e i bergamini indiani potranno tornare a pascolare le vacche sacre a casa loro.

domenica 16 dicembre 2007

Dove si uccidevano i preti
Quand'ero piccolo, spesso con il babbo s'andava a Bologna. Ricordo la Lancia Fulvia con, nel baule, le bombole del gas metano. Le chiacchere della mamma. L'odore delle Nazionali. La via Emilia incastrata tra il verde degli alberi. E la bandiera rossa. Si, la bandiera rossa. Una bandiera rossa, grande, esagerata, issata su una casona lungo la via Emilia, poco dopo Sant'Ilario

La bandiera rossa, quella, m'annunciava d'essere arrivato in territorio reggiano. Vedendola mi prendeva l'ansia.

Erano passati oltre tre lustri dai fatti ma... sapevo.

Sapevo, per i racconti dei grandi, che, finita la guerra, erano centinaia le persone uccise o fatte scomparire dai comunisti reggiani e modenesi: "triangolo della morte":

Molti, tra gli uccisi o scomparsi nel nulla, erano i preti ed io, che allora c'andavo in chiesa e a catechismo per prepararmi alla prima comunione, insomma, a me, bambino, quella bandiera...

Poi un giorno ci siamo fermati con il babbo a Reggio.

Sagra cittadina. Dal Palazzo comunale -quello dei comunisti del "triangolo della morte"- sventola il gonfalone della città e sul gonfalone, tutto rosso bordato d'oro, l'immagine della Madonna.

Pardon? Cosa? I comunisti e la Madonna? Che c'entrano i comunisti con la Madonna? Che c'entra la Madonna con i comunisti?

Da quel preciso momento non ho più creduto né alle paure per i cattivissimi comunisti né alle grazie che promettevano i buonissimi cattolici.

Forse, a pensarci, è in quel giorno lì che sono diventato curioso, cioè anticlericale e liberale. Comunque, raccontiamola la storia di quella Madonna.

E' nella basilica della Ghiara che viene costudita quell'immagine, l'immagine della Madonna del Canton dei Servi, l'immagine riprodotta sul gonfalone comunale degli ammazzapreti comunisti.... Anche la sagra cittadina si chiama la Giarèda, e quella Madonna è considerata dai reggiani la "regina della città" ( nel 1674 il Comune fece addirittura incoronare l'effigie con una preziosissima corona in oro e gemme ora custodita all'interno del museo annesso alla chiesa).

Il tutto ha inizio nel 1596 quando un garzone di beccaio di nome Marchino, sordomuto dalla nascita, riacquista improvvisamente la favella, "Mutus loquitur" secondo la didascalia del quadro conservato nella cappella.

L'evento ebbe grande risonanza e, come sempre accade dove c'è miracolo, si volle costruire una chiesa. In pochi mesi, raccontano le cronache, i fedeli fecero affluire molti denari.

Passato solo un anno dal "miracolo" e, presenti il duca Alfonso II d'Este e la moglie Margherita Gonzaga, si posò la prima pietra. Vent'anni dopo la chiesa era terminata. uno dei rari casi in Italia di chiesa di proprietà comunale: 1200 metri quadri di affreschi, duemila stucchi, oltre 2500 paramenti murari, venti tele, dieci sculture in marmo, insomma una vera e propria antologia della pittura emiliana del '600.

Anche per questo, vale la pena andarci nella città dei comunisti che uccidevano i preti.

sabato 15 dicembre 2007

Detto tra noi

Attraverso Caligola, per la prima volta nella storia, la poesia provoca l’azione e il sogno la realizza. Lui fa ciò che sogna di fare. Lui trasforma la sua filosofia in cadaveri. Voi dite che è un anarchico. Lui crede di essere un artista. Ma in fondo non c’è differenza. Io sono con voi, con la società. Non perché mi piaccia. Ma perché non sono io ad avere il potere, quindi le vostre ipocrisie e le vostre viltà mi danno maggiore protezione - maggiore sicurezza - delle leggi migliori. Uccidere Caligola è darmi sicurezza. Finché Caligola è vivo, io sono alla completa mercé del caso e dell’assurdo, cioè della poesia.


Albert Camus

IL TEATRO DI RANUCCIO
Ranuccio era complicato: fermamente convinto della efficacia del potere malefico delle "streghe" sugli uomini e su di lui in particolare, ed era un guaio.
Ranuccio, infatti, non era un coglione qualsiasi, era un coglione che di cognome faceva Farnese, Ranuccio Farnese, nato a Parma il 28 marzo1596 da Alessandro Farnese e da Maria di Braganza, nominato, alla morte del padre, duca di Parma e Piacenza nel 1592.

Dunque, uomo di potere.

Dieci anni prima di diventare duca, al tredicenne Ranuccio capitò di assistere a due avvenimenti che non avrebbe mai dimenticato: il ritorno a Parma della sorella Margherita, in precedenza andata a Mantova sposa di Vincenzo Gonzaga e da lui ripudiata a causa di "nobilissima obstructione pudenti uteri a carnea quadam membrana natura genita", insomma, una malformazione dell'utero che impediva congiunzione carnale e dunque d'avere figli;
l'esecuzione della sentenza di morte contro quattro condannati per una presunta "congiura" contro il nonno Ottavio Farnese.

Le due vicende lasciarono una grande impressione sul tredicenne Ranuccio.

La prima infatti dette origine ad uno stato di tensione tra la corte di Mantova e quella di Parma, tensione da sempre esistente, potentemente rinfocolata dallo scioglimento del matrimonio, alla quale si contrapponeva quelle dei parmensi che accusarono Vincenzo Gonzaga di essere impotente.

La "congiura" dal canto suo insegnò a Ranuccio che accusare i nobili di aver "congiurato" era una strada che, alla bisogna, si poteva percorrere senza troppe esitazioni con il risultato di eliminare possibili concorrenti e incamerarne il patrimonio.

Dunque, Ranuccio mescolò, per tutto il tempo del suo ducato, incantesimi ed esorcismi con ragioni di stato e complotti inventati.

Molte furono le "streghe" buttate a marcire nelle galere o bruciate sul rogo purificatore; tanti gli episodi di contrasto, anche militare ma soprattutto di sputtanamento reciproco, con i dirimpettai mantovani; per il restro, una decina i nobili che, in nome della "gran giustizia" ducale, salirono al patibolo ed ebbero i beni confiscati.

Di Ranuccio, messa da parte la caccia alle "streghe" e arricchito il patrimonio con le confische dei beni dei "congiurati", si ricorda soprattutto la costruzione del Teatro Farnese.

Questa è una storia che va raccontata.

Nel 1617 arrivò a Parma la voce che il granduca di Toscana Cosimo II aveva in progetto un viaggio a Milano per recarsi a pregare sulla tomba di CarloBorromeo.

Questione logistica, per raggiungere il capoluogo lombardo il granduca era intenzionato ad attraversare le terre farnesiane.

L'ego di Ranuccio, che cercava ovunque legittimazioni, era immenso. La voglia di superare in fasto e magnificenza i più ricchi signori toscani, anche più forte.

Subito Ranuccio cominciò a pensare al come accogliere l'illustre ospite... si, van bene le cerimonie, solite per eventi del genere, ma... occorre una idea... insomma una novità, novità assoluta, da far parlare il mondo.

La "novità" avrebbe dovuto essere quella di un torneo che avrebbe dovuto svolgersi all'interno di un teatro. Venne chiamato, da Ferrara, Giovan Battista Aleotti, detto "l'Argenta". L'Aleotti presentò un progetto che, partendo da quello palladiano del Teatro di Vicenza, vedeva un enorme teatro ligneo, un grande catino a forma di anfiteatro, sul quale dominano, come chiglia di una nave, 13 gradoni, contornato da un doppio ordine di fornici sovrapposte, con balaustre e statue che richiamano la facciata della Basilica di Vicenza.

Naturalmente Cosimo II, il cui prossimo arrivo era all'origine dell'opera, non si fece vivo.

Grazie a questa sòla, Parma ebbe il suo magnifico teatro, lì, subito entrando, dopo lo scalone della Pilotta.