LA CALATA DI BRACHE ISTITUZIONALIZZATA Bertinotti: "Vorrei vedere in faccia uno che mi spiega che sia ragionevole che un accordo stretto a livello extraparlamentare tra governo e parti sociali debba diventare legge sostanzialmente sospendendo la possibilità di dibattito e di modifica del parlamento. Si può fare, ma denota la crisi del sistema politico italiano". L’antefatto, per chi non lo conoscesse: sul welfare, si è arrivati ad un accordo fra governo, sindacati (con avallo di un referendum fra i lavoratori) e Confindustria. Questo accordo non va ai comunisti, i quali richiedono che sia modificato in Parlamento. Ma Dini ed altri dicono che, se si cambia una virgola, votano contro e cade il governo. E allora si parla di questione di fiducia. Ma in questo caso – secondo i comunisti – si sarebbe di fronte ad un ricatto extraparlamentare alla maggioranza, che sarebbe sostanzialmente privata del suo potere legislativo. La tesi di Bertinotti è indubbiamente giusta. Se il peccatore dice che il peccato è da condannare, dice forse qualcosa di sbagliato? Bertinotti però dimentica che in Italia, di fronte all’opinione pubblica organizzata e rumorosa, le istituzioni si sono sempre calate le brache. La piazza, e spesso una piazza di sinistra, ha prevalso sul Governo e sul Parlamento. Non solo: le istituzioni si sono anche calate le brache dinanzi a tre o quattro sostituti Procuratori della Repubblica di Milano (Di Pietro, Colombo, ecc.), quando essi hanno loro ingiunto via televisione di ritirare un decreto legge. L’ordine giudiziario ha nettamente prevaricato sul potere legislativo, con buona pace di Montesquieu, e nessuno ha fiatato. Infine, non è qualche volta che il Parlamento si è calato le brache dinanzi ai sindacati, se le è calate costantemente. Tanti e tanti anni fa, quando l’Inghilterra pareva avviata ad un inarrestabile declino, Edward Heath pose la questione: insomma, chi deve governare, il governo o le Trade Unions? I quel momento la risposta fu: le Trade Unions. Solo Margareth Thatcher, dopo di lui, ebbe il coraggio di sfidarle e batterle definitivamente; per dare un secondo esempio, solo Sarkozy in questi giorni è riuscito a sconfiggere le organizzazioni dei ferrovieri. In Italia, nulla del genere. Di che parla, dunque, Bertinotti? La sinistra ha sempre sostenuto la necessità di concordare tutto con i sindacati. Anzi, il verbo è “concertare”, quasi si trattasse di una sinfonia. Ecco perché, pur se l’assassino ha ragione quando condanna l’assassinio, in questo caso non si può evitare un sentimento di indignazione. Ci vuole un’infinita faccia tosta - una faccia tosta che si potrebbe definire sovietica - nel biasimare una pratica, definendola incostituzionale, quando va contro la propria fazione politica, dopo averla dichiarata inevitabile, necessaria e nobile le decine di volte che è stata a favore di essa. Se non addirittura da essa ordinata ed organizzata. Il nostro Presidente della Camera ha perso una buona occasione per tacere.
La storia di Amin, giovane regista afghano su cui pende una fatwa degli studenti coranici: «Ti faremo saltare in aria» Fino a due mesi fa era Amin, giovane regista afghano, giornalista di una televisione indipendente di Kabul, in Italia per presentare il suo cortometraggio alla Mostra del Cinema di Venezia e al Milano Film Festival. Di colpo è diventato un profugo, «un uomo morto che cammina», almeno secondo la fatwa che i talebani hanno ordinato nei suoi confronti. Così la vita di Amin, i suoi studi all'Academy Art, il suo lavoro all'Ariana Television Network di Kabul, la sua militanza per i diritti umani e per la democrazia in Afghanistan si sono fermati a Milano.
Bloccato fra il Centro di accoglienza di viale Fulvio Testi e la Mediateca di via della Moscova, Amin fa l'unica cosa che gli è rimasta da fare: scrivere il suo blog.
«Ero venuto in Italia ad agosto, con un biglietto di andata e ritorno - racconta il venticinquenne -. Ma pochi giorni prima della mia partenza per Kabul mi hanno avvertito con una e-mail che i talebani avevano ordinato la mia morte. Ero già stato minacciato dagli estremisti varie volte, per il contenuto dei miei servizi radiofonici e televisivi, ma non ci volevo fare caso. Questa volta, però, hanno mandato un ordine di uccisione via posta a casa mia: "ti accoglieremo a Kabul con un kamikaze carico di esplosivo". Hanno tempestato di telefonate minatorie i miei genitori, che sono dovuti scappare da Kabul a Bamyan, coperti da un burqa, per non essere riconosciuti. Da allora ho perso le loro tracce e non so nemmeno se sono vivi».
Nella sua improvvisa condizione di rifugiato senza identità, Amin ha dormito per le strade di Milano, ha fatto la fila all'ufficio immigrati della Questura, ottenendo asilo politico per sei mesi, ha dovuto presentare, oltre al passaporto e alla sfilza di documenti utili per venire in Italia, l'unica prova che lui non è un accattone: il suo cortometraggio «Treasure in the ruins», che lo ha portato ai festival del cinema di Venezia e Milano. Racconta la storia di una bimba afgana, che, affascinata dalla favola di un tesoro nascosto, si mette alla ricerca del bottino, ma trova solo rovine, orrore e distruzione.
Ma la fatwa dei talebani è giunta per il progetto di un altro film «Keys to paradise». «Non l'ho ancora girato - spiega il ragazzo -, ma era tutto pronto, anche le location. Denunciava la follia dei suicidi talebani, in nome della religione islamica e l'ignoranza grazie alla quale si è sviluppato l'estremismo religioso. I talebani educano nelle madrasse del Pakistan piccoli bambini, instillando in loro assurdi pensieri superstiziosi. I kamikaze, infatti, sono convinti di agire con le bombe addosso senza essere visti, perché sono santi».
Amin, invece, ha voglia di essere riconosciuto, di ritrovare la sua identità di regista, militante, giornalista, che aveva prima di rimanere imprigionato in Italia. Si chiude nell‚ormai logoro doppiopetto con cui ha varcato il Lido di Venezia e non accetta un giubbotto per scaldarsi, non un invito a pranzo. Non vuole perdere la sua dignità e nel suo blog, dalla Mediateca di Milano, lancia un solo appello: «Voglio continuare i miei studi di cinema e concludere il mio film "Keys to paradise". In un modo o nell'altro lo girerò, promesso».
Ketty Areddia - Corsera on line
Lo scandalo Rai e lo scandalo degli «spioni»
C'è uno scandalo che riguarda la Rai, e questo scandalo contiene un altro scandalo che riguarda i metodi della lotta politica in Italia. Poi c'è un terzo scandalo - distinto - che riguarda Silvio Berlusconi.
Il primo scandalo è stato denunciato in varie forme, e in modo comunque clamoroso, da tutti i giornali. In particolare da Repubblica che lo ha scoperto e ha fatto lo scoop. Dicono i giornali: Rai e Mediaset si parlavano, si mettevano d'accordo sui programmi, le pubblicità, i palinsesti. Dunque violavano le norme della libera concorrenza.
Noi, che non crediamo molto - non abbiamo mai creduto - alle magnifiche sorti della concorrenza e delle sue leggi, non riusciamo né a stupirci né a indignarci per il fatto che quelle leggi sacre del capitalismo siano state violate. Il capitalismo, da quando esiste, viola sempre le sue leggi se questo può aiutare i capitalisti (le rispetta solo per punire i proletari...perdonateci questo attacco di veterocomunismo che ogni tanto ci prende e non riusciamo a domarlo...). Casomai - ci sembra- lo scandalo sta in altri due dettagli: il primo è l'esistenza del duopolio, cioè del dominio di due proprietari (uno pubblico e colonizzato dai partiti, l'altro privato e controllato da un solo partito) su un bene che dovrebbe appartenere a tutti noi come è la possibilità di fare televisione. Un bene comune che diventa un bene privato. Che esistesse il duopolio, però, non era cosa segreta.
Il secondo dettaglio è il fatto che la Rai divenne in un certo senso una "succursale" Mediaset con il governo Berlusconi e sotto gli occhi di tutti. Nel senso che collocò in alcuni ambiti strategici persone a lui vicine e di massima fiducia. Tra queste una signora sicuramente di grandi doti e di assoluta onestà, la signora Debora Bergamini, sua segretaria personale fino al 2002 poi assunta in Rai come vice direttrice del marketing. Già dalla poltrona (e dalla inevitabile ascesa della signora) si può capire quanto potesse essere strategico quel ruolo nell'altalenante sfida auditel tra Rai e Mediaset: la signora Bergamini si occupa di marketing strategico, ovvero la base delle scelte strategiche di un'azienda. Può dunque meravigliare il suo "conflitto di interessi" quando nessuno ritiene più interessante neanche quello del suo ex capo?
Passiamo al secondo scandalo. Consiste nel fatto che il primo scandalo è scoppiato per via di alcune intercettazioni sulle telefonate di liberi cittadini non indagati, ed è scoppiato perché queste intercettazioni sono state passate dai giudici ai giornalisti, ed è scoppiato sebbene, a quanto pare, finora nessun giudice abbia ipotizzato dei reati a carico delle persone "oggetto" dello scandalo. Si è ripetuto esattamente il copione dello scandalo Unipol, per il quale fu imposto un prezzo politico piuttosto alto a Massimo D'Alema e a Piero Fassino. Non fu - quella - una operazione indolore nella politica italiana: la nascita del Pd, nelle forme in cui è nato, è stata molto condizionata dalla messa all'angolo del vecchio e robusto ceppo diessino ("Quercista", si direbbe il politichese) i cui massimi esponenti erano, appunto, D'Alema e Fassino. Stavolta l'attacco degli "spioni" non è a D'Alema ma al suo antagonista,cioè a Berlusconi, e avviene mentre Berlusconi è impegnato in una svolta politica. E cosa succede? Che molti di quelli che in occasione del caso Unipol furono forcaioli ora sono garantisti (cioè gli amici di Berlusconi) e molti di quelli che allora furono garantisti ora sono forcaioli (diversi giornali del centrosinistra). Noi fummo molto prudenti allora e restiamo molto prudenti adesso. Crediamo che i reati siano reati e non possano essere confusi con eventuali comportamenti disdicevoli, crediamo che la lotta politica non si fa spiando i telefonini cellulari, crediamo che chi davvero è un po' disgustato del sistema politico-di mercato che domina l'Italia (e tutto l'occidente) farebbe bene a denunciare questa schifezza e non a sguazzarci dentro una volta sì e una no.
Il terzo scandalo riguarda Berlusconi ed è evidentissimo. Si chiama conflitto di interessi. Danneggia tutta la politica italiana. E finisce paradossalmente per danneggiare lo stesso Berlusconi. Il quale oggi se ne deve essere accorto. Perché il suo ex alleato Fini - inviperito con lui - ha minacciato di vendicarsi della sconfitta politica danneggiando le televisioni e le aziende di Berlusconi. Possibile che il mondo politico italiano non capisca che finché non ci liberiamo di questo assurdo meccanismo che mischia potere politico e televisivo sarà molto difficile uscire dalla palude?
Piero Sansonetti - Liberazione - 23/11/2007
L'illusione della moratoria della pena di morte
La terza commissione delle Nazioni Unite ha votato l'approvazione della moratoria della pena di morte. Questa decisione, salutata da molti come un evento storico, può essere considerata solo per un aspetto, la sua totale irrilevanza. L'impegno dei molti attivisti e uomini politici che hanno lavorato per raggiungere questo obiettivo è certamente encomiabile. Il loro sforzo, però, non servirà a far abolire la pena di morte.
LOnu è un'organizzazione di Stati Sovrani. Ciò significa che non è un istituzione "indipendente", nè un attore terzo nello scenario internazionale. L'Onu riflette gli interessi e le posizioni di forza degli Stati. In altre parole, l'Onu è schiava degli Stati. Se acluni di essi contemplano all'interno del loro ordinamento giuridico l'istituto della pena di morte, non è ben chiaro per quale motivo essi dovrebbero lavorare con l'Onu per portare alla sua abolizione. Se volessero abolirla, provvederebbero autonomamente. E‚ chiaro dunque che questi stessi Stati non avranno alcun motivo per cooperare con l'Onu per promuovere la presente causa.
A ciò si aggiunge un altro aspetto, certamente non secondario. Come detto, l'Onu è un'organizzazione di Stati sovrani. Quindi, nonostante la retorica del diritto internazionale e di tutti i buoni propositi che spesso vengono elencati da coloro che credono nelle organizzazioni internazionali, gli Stati esercitano il monopolio dell‚esercizio del potere all'interno dei loro confini. Nessuno, dunque, neanche l'Onu, può violare la capacità di ogni singolo Stato di definire la sua legislazione interna. L'Onu, dunque, oltre a non essere un organo indipendente, non ha neanche alcun potere pratico. Questo è il problema principale che si frapponge tra la enunciazione di principi altisonanti e la loro realizzazione pratica.
Un'analisi ideologica potrebbe identificare nella particolare configurazione dell'Onu la ragione della sua inefficacia. Secondo alcuni, la composizione del Consiglio di Sicurezza, o più in particolare l'esistenza stessa del diritto di veto, renderebbe l'istituzione che ha sede al Palazzo di Vetro dipendente dalla volontà delle "Grandi Potenze". Per altri, invece, la presenza di Paesi non democratici renderebbe vano ogni tentativo di promuovere democrazia e diritti umani.
Come detto, in entrambi i casi si tratta di una lettura ideologica dei fatti. Se l'Onu non fosse dotata di un Consiglio di Sicurezza; se il diritto di veto venisse abolito; oppure se fosse composta di soli Paesi democratici, nulla cambierebbe. Non essendo dotata di alcun potere di coercizione - gli Stati, appunto, rimangono titolari della sovranità - essa non può fare altro che lanciare appelli. Ed affidarsi alla speranza che essi vengano accolti dagli Stati.
L'Onu, per diventare effettiva, dovrebbe trasformarsi in un Governo mondiale dotato di potere di coercizione, e quindi capace di implementare e attuare le sue decisioni ("rule enforcing"). Una tale ipotesi, come è ovvio di primo acchito, non è solo una prospettiva distante se non addirittura irrealizzabile, ma potrebbe anche compromettere per sempre le sorti della democrazia - su questo aspetto, che qui non può essere trattato, si veda per esempio Jeremy Rabkin, Law Without Nations? Why Constitutional Government Require Sovreign States (Princeton, Princeton University Press, 2005).
Esattamente come per il trattato di Locarno, che nel 1925 arrivò a "vietare la guerra", la moratoria della pena di morte non lascierà alcun segno tangibile nella storia, se non forse l'ilarità di chi verrà dopo di noi. Essa, infatti, non rappresenta nient'altro che un tentativo inutile volto a rendere il mondo un posto migliore. Invece di partire da un analisi oggettiva di come le relazioni tra Stati funzionano, e proporre delle soluzioni serie e realizzabili, si basa su una visione manichea di come il mondo "dovrebbe" funzionare. Non deve dunque sorprendere che in conclusione, la moratoria avrà solo riempito le pagine dei giornali, sempre pronti a salutare con entusiasmo questo tipo di avvenimenti, ma poco propensi a cogliere la realtà che si nasconde dietro ai fatti.
November 19th, 2007 by editor Mauro Gilli
FINI, IL 71 E IL 17
Se al problema del “corridoio di Danzica” non fosse seguita la Seconda Guerra Mondiale, nessuno se ne ricorderebbe più. Invece per capire la storia a volte è necessario ristudiare avvenimenti che sul momento sembrarono insignificanti.
Quando il 16 novembre 2007 - erano i giorni della mancata caduta di Prodi e in cui tutti davano addosso a Berlusconi - il Corriere della Sera pubblicò una lettera di Gianfranco Fini sulla situazione politica, molti non la lessero. La solita solfa. Si è stanchi dei distinguo, del politichese, delle punzecchiature. Poiché però è probabile che quella lettera sia una delle ragioni dei recenti avvenimenti, bisogna studiarla.
1) Fini sostiene che bisogna “riflettere e cambiare strategia”. Traduzione: fino ad ora si è sbagliato. Anzi, Forza Italia ha sbagliato. Bisogna partire “da un dato politico tanto ovvio quanto fin qui pervicacemente negato da Berlusconi”. Dove “pervicacemente” si traduce: “Gliel’ho detto e ripetuto, ma è troppo cretino per capirlo”.
2) “Il governo cadrà un secondo dopo che si avrà certezza che dopo Prodi non si torna subito alle urne con l’attuale legge elettorale. Giusto o sbagliato che sia è così, perché continuare a negarlo contro ogni evidenza?” E qui nasce un problema: come mai la cosa è tanto evidente a lui e così poco ad altri? Perché il governo dovrebbe cadere, se si riformasse la legge elettorale? Dove sta scritto? E dove sta scritto che la nuova legge non renderebbe più solido il governo? Soprattutto, dove sta scritto che il governo cade o non cade per la legge elettorale invece che per il traguardo dei due anni, sei mesi e un giorno, che assicurerebbe la pensione da parlamentari agli attuali eletti? Le evidenze sono tali quando appaiono a tutti. E questo non sembra il caso.
3) Se il governo cadesse, questo non significherebbe ipso facto il mutamento del quadro politico. Prodi potrebbe richiedere di nuovo la fiducia; potrebbe fare un rimpasto e creare un Prodi 2; potrebbe sbarcare la sinistra comunista e imbarcare Casini e magari qualche transfuga. Ogni volta che avviene un fatto nuovo, in politica le conseguenze possono essere le più diverse. Meglio non profetizzare.
4) Per Fini l’attuale legge elettorale è “una legge che obbliga tutti ad alleanze eterogenee in cui è enorme il potere di interdizione e di ricatto”. Questo vale per il centro-sinistra più che per il centro-destra, in cui i partiti importanti erano quattro soltanto, ma soprattutto il potere d’interdizione e di ricatto si ha quando la maggioranza è ridotta. Nella passata legislatura questo potere non era certo dato a partiti piccolissimi: solo Follini e l’Udc riuscirono a minacciare seriamente il governo. E il loro non era un partito microscopico. Se oggi il centro-sinistra disponesse di dieci senatori in più, i vari Turigliatto o Rossi o altri non avrebbero il potere che hanno. Senza dire che, avendo pareggiato i voti per la Camera (sei decimillesimi in più, a Prodi), proprio qui il centro-sinistra non ha problemi perché ha beneficiato di un grande premio di maggioranza, regalato esattamente da quella legge di cui è sacramentale dire tutto il male possibile. Decisamente, le evidenze di Fini non sembrano tali a tutti. Dunque, se una coalizione vincesse nettamente, i problemi di cui parla Fini non esisterebbero affatto.
5) “Il 2008 può essere, per il formidabile pungolo del referendum di primavera più ancora che per le intenzioni dichiarate di Veltroni, l’anno di poche ma indispensabili riforme, varate le quali saranno gli italiani a scegliere il premier e la coalizione di governo”. Cioè si fanno alcune riforme (hai detto niente!) e dopo si va a votare. Questo è fare i conti senza l’oste. In primo luogo, il centro-sinistra è (tutto) d’accordo? Ammesso che fosse l’intenzione di Veltroni, saprà imporla alla sua coalizione? E ci si riuscirebbe in pochi mesi? Soprattutto, fatte le riforme, chi obbliga il centro-sinistra a mantenere la promessa di andare a nuove elezioni? Gianfranco Fini? Oppure – è bene fare un po’ d’umorismo, ogni tanto – la parola data?
6) Comunque, questo tentativo “An intende farlo”, per non assumersi “la responsabilità di sacrificare, sull’altare di una sterile unità di coalizione, la sua stessa ragione fondativa”. Attenzione: anche se Fini “si augura che ciò accada in fretta e unitariamente, perché dividerci oggi sarebbe davvero imperdonabile”, dice che An il tentativo lo farà anche da sola e senza tenere conto dell’unità della coalizione, che definisce sterile. Ancora una volta bisogna tradurre: se An è disposta ad agire da sola, pur sapendo che mette a rischio l’unità della coalizione, e pur sapendo che “dividerci oggi sarebbe davvero imperdonabile”, la conclusione è: “noi lo faremo, Berlusconi deve seguirci. Diversamente noi lo lasciamo”. Se ne deduce che chi ha preso l’iniziativa della rottura della Cdl non è stato Berlusconi. Ha solo risposto: “se potete, voi, rischiare di lasciare noi, figuratevi se non possiamo, noi, rischiare di lasciare voi”. Il seguito è noto. Ha preso in mano il boccino, si è piazzato al centro della scena e, incontrando Veltroni, si fa sdoganare dal centro-sinistra in vista di una eventuale Große Koalition. Perché mai infatti il Pd dovrebbe concludere con An (i fascisti, come dice l’estrema sinistra) un patto che potrebbe concludere con il Pdl?
È avvenuto ciò che è avvenuto tante altre volte, nella storia. Un generale conta sull’impossibilità, per l’avversario, di realizzare una manovra (aggirare il passaggio delle Termopili, attaccare la Francia malgrado la Maginot, e cento altri esempi) e quello invece ci riesce eccome. Chi affronta una battaglia deve mettere in conto di poterla perdere. Come si dice, il 71 può sempre trasformarsi in 17.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 26 novembre 2007
MI SONO SEPARATO DA ADELE
Quando si cambia lavoro, quando ci si separa dalla moglie, perfino quando semplicemente si cambia città, si passa un bel po’ di tempo a sistemare mentalmente le novità. Il fatto è lì, chiaro e inequivocabile; perfino facile da riassumere: “Mi sono separato da Adele”. Ma come andrà senza Adele, se è lei che ha lasciato noi o siamo noi che abbiamo lasciato lei, se c’è in gioco una terza persona e come andrà la nuova vita, tutto questo è molto più complesso e dubbio. Bisogna dunque mostrare comprensione per chi continua a chiedersi quali saranno le conseguenze dell’ultima mossa di Berlusconi.
C’è una regola generale: i “grandi uomini” sono uomini. Cesare e Pompeo non erano di marmo. Senza dire che erano suocero e genero. Dunque anche nel caso di Berlusconi, Fini e Casini è permesso fare delle considerazioni meramente umane e non politiche.
Nella “parabola dei vignaioli”, Gesù sostiene che si può pagare nello stesso modo chi ha lavorato dall’alba al tramonto e chi ha lavorato solo nell’ultima mezz’ora. Questa è la parola del Figlio di Dio, per i credenti, ma difficilmente potrebbe essere la parola dei sindacati. Mentre infatti Dio può regalare il paradiso a chi vuole, per gli esseri umani nulla è più fastidioso del vedersi scavalcare in una fila. Prima che un brocardo romano, prior in tempore, potior in iure (chi è arrivato prima ha più diritti) è un’evidenza per tutti.
Nella nostra società ci sono persone che sono in politica da quando avevano i calzoni corti. Hanno cominciato nella Fgci, in Azione Giovani, o negli analoghi vivai degli altri partiti, cercando poi di farsi eleggere assessori al cimitero nel loro comune di tremila abitanti. Hanno scalato, passo dopo passo, sospiro dopo sospiro, un infinito cursus honorum. E la loro carriera, salvo eccezioni, si è conclusa a basso livello. Ad andar bene, con una sinecura politica o un piccolo stipendio nell’infinito sotto bosco. Solo pochissimi, coniugando quelle che Machiavelli chiamava fortuna e virtù, giungono al massimo livello: divenire ministri o segretari di un grande partito politico. Per i segretari, si badi, stiamo parlando di quattro o cinque persone in tutt’Italia, se contiamo solo i grandi partiti; e al massimo di una ventina se contiamo anche i partiti da zero virgola.
Ebbene, nel 1994 quale sentimento poteva suscitare, l’irruzione nella scena politica di un signore già maturo, già ricco, e comunque privo di ogni esperienza politica, che nel giro di qualche mese si trasformava, da emerito sconosciuto, in Presidente del Consiglio? Una persona che non si iscriveva ad un partito ma ne fondava uno, che per giunta diveniva immediatamente e stabilmente il primo del paese? I romani, grandi conservatori, disprezzavano gli homines novi, ma qui il disprezzo non poteva bastare: è stato inevitabile l’odio.
Malgrado i suoi costanti sorrisi, malgrado la sua bonomia da esperto di relazioni pubbliche, Berlusconi, a parte qualche milione di votanti, ha oggettivamente ispirato un odio universale. Con l’eccezione di Sandro Bondi ed Emilio Fede, tutte le persone note l’hanno trovato insopportabile. Nel 1994 la sinistra si avviava a vincere “in carrozza” e il Cavaliere le fece svanire da sotto il naso un facile trionfo. La cosa farebbe salire il sangue agli occhi a chiunque: ma doverlo subire da un riccastro sorridente, da un capitalista che politicamente non era nessuno, è stato come per Tyson essere messo k.o. da un sessantenne professore di filosofia. Da questo è nato un sentimento acre e costante di rancore. Mezzo paese è stato spinto a disprezzare in tutti i modi il Cavaliere, a irriderlo, a insultarlo, ad accusarlo di ogni nequizia possibile ed anche di alcune impossibili. Con un tale eccesso che i milioni di persone che per quell’uomo hanno costantemente votato ci hanno fatto il callo. Gli attacchi al signore di Arcore lasciano il tempo che trovano.
Questo sentimento di ostilità, tuttavia, non è stato esclusivo dei nemici. In fondo, anche gli amici erano sulla breccia da molto prima. Anche loro si sono visti scavalcare, nella fila, da quest’ultimo arrivato. E non tutti dispongono della benevolenza di chi paga nello stesso modo i vignaioli pomeridiani. Per questo, finché si è avuto il potere, e al solo scopo di non perderlo, ci si è limitati a scalpitare. Col passaggio all’opposizione si è invece perduta ogni remora. Ci si è chiesto pressoché ufficialmente se il Cavaliere fosse dunque immortale. Se non ritenesse, essendo più anziano, di passare la mano (“Ho vent’anni meno di lui!”). Magari conservando qualche carica onorifica, ma passando una buona volta il timone a mani più esperte e soprattutto più impazienti. Tutto questo si è espresso con allusioni, dispetti, impuntature, stilettate ed altre piacevolezze. Il presupposto era che Berlusconi non potesse fare a meno di loro. Cosa vera. Ciò che non è stato preso in considerazione, però, è che Berlusconi è un uomo fuori dalla media. Un uomo che nella vita può giocare con la serenità di chi ha già avuto tutto. È ricco. Ha fondato il più grande partito italiano. È stato l’unico Presidente del Consiglio che abbia governato per un’intera legislatura. Ad andar male, potrebbe ritirarsi dalla vita pubblica con la sicurezza di avere un posto nella storia d’Italia. Ecco perché, a quelli che pensavano che lui non potesse fare a meno di loro, ha posto il problema di fare, loro, a meno di lui. E magari del potere. Si è stancato di mettere pezze, di tirare la carretta e ingoiare rospi. E oggi punta dunque l’intera posta: o vince o perde. E se perde insieme a lui perdono, ancor più rovinosamente, coloro per i quali la politica è tutto.
Probabilmente chi l’ha irritato fino a questo punto non sapeva che avrebbe ottenuto questo risultato. Tutti gli animali che mostrano i denti lo fanno per minacciare. Solo l’uomo, col sorriso, può dare un messaggio equivoco: e stavolta molti hanno avuto l’ingenuità di credere che, solo perché sorrideva sempre, il Cavaliere non fosse capace di mordere.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it . 26 novembre 2007