martedì 4 dicembre 2007

Parmigianino: racconti, appunti e altro (2)
Francesco e Antonio, Paola e Giovanna. Andiamo con ordine. Il ventenne Francesco Mazzola detto Parmigianino arriva a Fontanellato nel 1523.

Nella magnifica Rocca circondata dall'acqua, Galeazzo Sanvitale l'ha chiamato a decorare una buia e nascosta saletta. Un regalo per la moglie Paola Gonzaga.

Si, andiamo con ordine. Pochi anni prima, nell'inquieta Parma del 1519, al trentenne Antonio Allegri detto Correggio si rivolge , per la decorazione della sua camera, la battagliera e mondana Giovanna da Piacenza, badessa del convento di San Paolo.
Francesco e Antonio, l'uno non ancora Parmigianino l'altro già Correggio, s'incontrano sui ponteggi della cupola di San Giovanni dove il Correggio sta affrescando. il suo capolavoro.

S'incontrano e si piacciono.

Arrampicati sui ponteggi è amore, artistico, a prima vista.

Il giovane Mazzola-Parmigianino, che è sveglio e già bravo, conquista sul campo la fiducia. Gli viene consentito, lui l'ultimo arrivato, d' eseguire i putti che si trovano a fianco di san Luca e di sant'Ambrogio, nonchè, nella sottostante base dell'arco, "Caino e Abele".

Apprendistato con i fiocchi!

Insomma, si conoscevano i due. Maestro e allievo, e l'allievo, come accade nell'ovvio di questo mondo, fors'anche nell'altro, già pensava a marcare una distanza dal maestro.

Torniamo alla nostra storia di badesse, nobildonne, allievi, maestri, camere e salette.

Se, a fare rincontrare il maestro Allegri-Correggio con l'allievo Mazzola-Parmigianino, ci pensa, a cinquecento anni esatti dalla nascita di quest'ultimo, l'itinerario "Le arti e le corti, alla scoperta del Rinascimento nella provincia di Parma" (www.parmigianino2003.it), ad unire due splendide signore rinascimentali è una terza donna, anzi una dea: Diana..

E' infatti con le immagini della dea cacciatrice, simbolo di una femminilità fiera e di una castità voluta e ricercata, che entrambe decidono di decorare le loro stanze.

Non basta l'analogia tematica a farci curiosi viaggiatori tra Parma e Fontanellato; c'è anche un'analogia d'impostazione: le due stanze hanno la medesima organizzazione spaziale e il medesimo gioco illusionistico tra padiglioni di verzura e rosei putti.

Solo le intenzioni delle committenti sono, di sicuro, diverse ma, allo stesso tempo, inafferrabili per noi che cerchiamo di interpretarle con i codici della nostra cultura.

Dunque, impresa ardita svolazzare tra le ipotesi.

Rimane il testo pittorico, dell'una e dell'altra stanza, pieno di significanze e insoluti enigmi, poesia che si aggiunge a poesia, soprattutto stile che si fa riconoscere e distingue per disegno, tratto, colore, spazio che contiene l'insieme.

Eppure... eppure, al di la delle intenzioni e delle interpretazioni, è ancora una volta il destino - una oscura alchimia, direbbe il Parmigianino del Vasari - a farsi carico di accomunare la Diana di Fontanellato con quella della camera di San Paolo.

Da non crederci!

Entrambe le stanze rimangono, da subito e fin verso il settecento, volutamente ed ostinatamente, nascoste.

L'una per volontà di una Paola Gonzaga che, disperata per la morte del figlioletto, rivede nella storia di Diana e Atteone la cifra della sua privata sventura e, per questo, si fa tristissima e unica visitatrice di quel piccolo camerino affrescato dal Parmigianino; l'altra per un reiterato (tosta la badessa!) decreto papale che, nel 1524, interviene definitivamente contro la mondanità di cui godono le monache del convento di Parma, imponendo la stretta clausura e quindi l'interdizione, della sala affrescata dal Correggio, da occhi profani.

Un velo, insomma, un poco come il sorriso delle Vergini Stolte e l'inquietudine della Vergini Sagge, invisibile per secoli quaggiù a noi mortali, lassù in alto nella volta della Steccata.

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